Disoccupazione quasi giovanile

Sul BusinessCommunity della scorsa settimana si legge un articolo molto interessante che propone una bella chiave di lettura rispetto al problema della disoccupazione giovanile.

La chiave è semplice: i dati ufficiali che vengono comunemente sollevati rispetto alla disoccupazione giovanile sono riferiti alla fascia d’età 15-24 anni, ma la situazione più grave nel nostro paese si registra nella fascia d’età 25-34 anni, la cosiddetta generazione Y, che dovrebbe contribuire in forte misura alle economie del paese e che invece è in grossissima crisi registrando, in termini assoluti, il quantitativo maggiore di disoccupati.

Quello che trovo più interessante non è tanto il dato quantitativo quanto l’analisi che si cerca di fare del profilo generazionale. Spesso si parla di disoccupazione come si parlasse di siccità nel deserto, limitandosi quindi a riportare numeri che di per se non aiutano a comprendere il problema. Il punto non è se ci sia o meno lavoro, il punto è capire come mai i trentenni italiani siano quelli messi peggio al netto della complessiva scarsità.

Forse non è del tutto scontato cosa sia esattamente la disoccupazione. Sono considerati disoccupati soltanto gli individui attivamente in cerca di lavoro. Per intenderci né chi studia a tempo pieno né chi vive di rendita divertendosi tutto il giorno è un disoccupato.

Nell’articolo si fa riferimento a un dato poco simpatico: in Italia l’inserimento all’interno del mondo del lavoro avviene con tre anni di ritardo rispetto alla media europea. La cosa è terribile se si pensa che concorre ad aggravare uno scenario già cupo a causa del così detto inverno demografico.

Cosa fa un ragazzo/uomo durante questi tre anni di ritardo? La risposta che mi aspetterei dovrebbe essere: “cerca lavoro”. Se così non fosse non si tratterebbe di disoccupazione come abbiamo visto.

Temo però che il punto sia un tantino più complesso di così, ci sono molti motivi che concorrono a far slittare il primo giorno di lavoro. Non è un mistero che siano tanti gli studenti fuori corso e a questo va aggiunto, al di là delle antipatie che si tirano contro i personaggi che sollevano il problema, che la nostra generazione è accusata di essere forse eccessivamente selettiva, qualcuno dice addirittura mammona.

La mia personalissima sensazione è che le accuse siano parzialmente fondate, al di la dell’epiteto “mammone” che trovo offensivo e sempre fuori luogo, soprattutto considerando il contesto economico che viviamo. Credo che il problema sia sistemico e mai individuale, anche se ogni individuo privatamente dovrebbe sentirsi chiamato a risolverlo anche nell’interesse collettivo. La vera domanda che mi pongo quindi è: perché il sistema Italia, la scuola, le università, le famiglie non riescono a trasmettere l’urgenza necessaria?

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